D.lgs 231/2001: quando l'ente risponde e per quali reati
Una società non risponde ai sensi del D.lgs 231/2001 solo perché al suo interno qualcuno ha commesso un reato. Servono tre cose insieme: che quel reato sia compreso nel catalogo tassativo dei reati presupposto, che sia stato commesso nell'interesse o a vantaggio dell'ente da un apicale o da un sottoposto, e che all'ente si possa muovere un rimprovero di organizzazione. Sull'ultimo punto l'onere della prova cambia a seconda di chi ha commesso il reato, ed è lì che si gioca quasi sempre la difesa.
Contenuto a finalità informative. Non sostituisce l'esame del singolo caso né il parere del difensore dell'ente.
Cosa ha introdotto il D.lgs 231/2001 e perché non è responsabilità penale in senso proprio
Il decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231 attua la legge delega 29 settembre 2000, n. 300 e chiude un vuoto: fino ad allora del reato commesso per far guadagnare l'azienda rispondeva solo la persona fisica, mentre l'ente che ne aveva tratto profitto restava intoccato. Il titolo parla di responsabilità amministrativa per via dell'articolo 27 della Costituzione, secondo cui la responsabilità penale è personale.
Nella pratica quella qualifica dice poco: l'illecito lo accerta il giudice penale competente per il reato presupposto, dentro il processo penale e con le sue garanzie. Le Sezioni Unite della Cassazione, con la sentenza n. 38343 del 18 settembre 2014 (il caso ThyssenKrupp), hanno definito questa responsabilità un tertium genus, un sistema autonomo che prende dal penale e dall'amministrativo.
Una precisazione che serve quasi sempre: il D.lgs 231/2001 non ha nulla a che vedere con il D.lgs 231/2007, che disciplina gli obblighi antiriciclaggio. Stesso numero, due decreti diversi, destinatari diversi. Nei pareri conviene scrivere sempre l'anno per esteso.
Tre regole di struttura, prima del merito.
- Legalità e tassatività (art. 2). L'ente risponde solo se la sua responsabilità e le relative sanzioni sono espressamente previste da una legge entrata in vigore prima della commissione del fatto. Il catalogo non si estende per analogia e le sue estensioni non retroagiscono, per quanto grave sia il reato che resta fuori.
- Autonomia della responsabilità (art. 8). L'ente risponde anche quando l'autore del reato non è stato identificato o non è imputabile, e anche quando il reato si estingue per una causa diversa dall'amnistia. In organizzazioni articolate è l'ipotesi ordinaria, non l'eccezione.
- Perimetro soggettivo (art. 1). Dentro ci sono gli enti con personalità giuridica, le società e le associazioni anche prive di personalità giuridica, comprese le società a partecipazione pubblica che esercitano attività economica. Fuori restano lo Stato, gli enti pubblici territoriali, gli altri enti pubblici non economici e gli enti con funzioni di rilievo costituzionale.
Il criterio oggettivo: interesse o vantaggio dell'ente
L'articolo 5 lega l'ente al reato con due parole disgiuntive. Interesse è la proiezione finalistica della condotta e si valuta ex ante: l'autore agisce per procurare all'ente un beneficio, che poi arrivi o meno. Vantaggio è il risultato oggettivo e si accerta ex post: l'ente ha ricavato qualcosa, anche se nessuno lo aveva pianificato. Ne basta uno.
Il comma 2 contiene l'unica esclusione: l'ente non risponde se le persone hanno agito nell'interesse esclusivo proprio o di terzi. La parola che decide è "esclusivo", perché l'interesse concorrente lascia in piedi la contestazione.
Il punto più delicato sono i reati colposi, sicurezza sul lavoro e ambiente in testa, dove nessuno "vuole" l'evento. La sentenza n. 38343/2014 già citata riferisce interesse e vantaggio alla condotta e non all'evento: l'interesse è il risparmio di costi o di tempi perseguito omettendo la cautela, il vantaggio è il risparmio effettivamente realizzato. È il motivo per cui un infortunio grave in un'azienda manifatturiera apre di regola anche un procedimento a carico dell'ente.
Apicali e sottoposti: due regimi di prova diversi
L'articolo 5 distingue due categorie di autori, e dalla categoria dipende chi deve provare cosa. È la differenza che pesa di più in giudizio.
| Apicali (art. 5, lett. a) | Sottoposti (art. 5, lett. b) | |
|---|---|---|
| Chi sono | chi ha funzioni di rappresentanza, amministrazione o direzione dell'ente o di una sua unità organizzativa dotata di autonomia finanziaria e funzionale, e chi esercita anche solo di fatto la gestione e il controllo | chi è sottoposto alla direzione o alla vigilanza di un apicale |
| Norma di riferimento | art. 6 | art. 7 |
| Chi deve provare cosa | l'ente, che deve dimostrare l'esimente | l'accusa, che deve dimostrare l'inosservanza degli obblighi di direzione o vigilanza |
| La prova che chiude la partita | modello idoneo adottato ed efficacemente attuato prima del fatto, organismo di vigilanza con autonomi poteri, elusione fraudolenta del modello da parte dell'autore, assenza di omessa o insufficiente vigilanza dell'organismo | il modello adottato ed efficacemente attuato prima del fatto: l'art. 7, comma 2 esclude in ogni caso l'inosservanza |
La qualifica di apicale non si legge sull'organigramma ma sulle deleghe effettive: il responsabile di stabilimento con budget e poteri di spesa autonomi è apicale, il direttore di funzione senza autonomia finanziaria di solito no. Va accertato subito quando arriva la contestazione, perché sposta l'onere della prova.
Nel regime dell'articolo 6 la prova più difficile è quella dell'elusione fraudolenta: l'ente deve dimostrare che l'apicale ha aggirato con artifici un sistema che funzionava, non che il sistema esisteva sulla carta. Il modello di organizzazione, gestione e controllo resta facoltativo, la legge non sanziona chi non lo adotta, ma senza modello l'ente rinuncia in partenza alla propria difesa. Dopo il D.lgs 10 marzo 2023, n. 24, l'articolo 6, comma 2-bis chiede inoltre che il modello preveda i canali di segnalazione interna, il divieto di ritorsione e il sistema disciplinare che li presidia.
I reati presupposto: come si legge il catalogo e perché continua a crescere
Nel 2001 il catalogo stava in due articoli, il 24 e il 25, e riguardava solo i rapporti con la pubblica amministrazione: chi non trattava con enti pubblici poteva ragionevolmente considerarsi fuori. Oggi la numerazione arriva all'articolo 25-undevicies, che la legge 6 giugno 2025, n. 82 ha dedicato ai delitti contro gli animali, più i reati transnazionali richiamati dall'articolo 10 della legge 16 marzo 2006, n. 146. Alcuni passaggi hanno cambiato la platea dei destinatari più di altri.
| Estensione | Norma | Chi entra nel perimetro |
|---|---|---|
| Reati societari (art. 25-ter) | D.lgs 61/2002 | qualunque società, a prescindere dal settore |
| Reati informatici (art. 24-bis) | L. 48/2008, poi L. 90/2024 sulla cybersicurezza, che ha alzato le sanzioni e portato dentro l'estorsione informatica | chiunque gestisca sistemi e dati |
| Omicidio colposo e lesioni gravi con violazione delle norme antinfortunistiche (art. 25-septies) | L. 123/2007 | manifatturiero, cantieri, logistica |
| Ricettazione, riciclaggio e autoriciclaggio (art. 25-octies) | catalogo esteso all'autoriciclaggio dalla L. 186/2014 | qualunque ente che reimpieghi proventi illeciti, anche propri |
| Reati ambientali (art. 25-undecies) | D.lgs 121/2011 | chi produce rifiuti o emissioni |
| Reati tributari (art. 25-quinquiesdecies) | D.L. 124/2019, conv. L. 157/2019 | tutte le imprese, con la fiscalità dentro il perimetro 231 |
| Delitti contro gli animali (art. 25-undevicies) | L. 82/2025, in vigore dal 1° luglio 2025 | allevamenti, filiere agroalimentari, trasporto e custodia di animali |
Due avvertenze nella lettura. La prima: dentro ogni articolo entrano singole fattispecie, non intere leggi. L'articolo 25-quinquiesdecies, per esempio, non ha portato dentro tutto il D.lgs 74/2000, ma un elenco chiuso che comprende la dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture per operazioni inesistenti, la dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici, l'emissione di fatture per operazioni inesistenti, l'occultamento o distruzione di documenti contabili e la sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte, con ulteriori ipotesi aggiunte dal D.lgs 75/2020 al ricorrere di condizioni specifiche. Contestare all'ente una fattispecie tributaria che nel catalogo non c'è è un errore che si vede spesso e che vale un'eccezione.
La seconda: è qui che i modelli invecchiano. La parte speciale è costruita sulla mappatura delle attività a rischio per ciascun reato presupposto, quindi ogni estensione del catalogo lascia scoperta un'area che nessuno ha ancora analizzato. Un modello fermo al 2018 non ha la parte tributaria, non ha la revisione dei reati informatici del 2024, non ha i delitti contro gli animali del 2025. L'aggiornamento va agganciato alle modifiche del catalogo, non a una scadenza annuale di calendario. E poiché vale l'irretroattività dell'articolo 2, la difesa si costruisce sul catalogo vigente alla data del fatto, non su quello di oggi.
Le sanzioni: pecuniarie, interdittive, confisca, pubblicazione
L'articolo 9 elenca quattro tipi di sanzione. Alla condanna seguono sempre la pecuniaria e la confisca; le altre due dipendono dal reato e dal caso, e sono quelle che fanno più danno.
Sanzione pecuniaria (artt. 10-12). Si applica per quote, in due passaggi. Il giudice determina il numero delle quote, da cento a mille, guardando alla gravità del fatto, al grado di responsabilità dell'ente e all'attività svolta per attenuare le conseguenze; poi fissa l'importo della singola quota, da 258 a 1.549 euro, sulle condizioni economiche e patrimoniali dell'ente. Alcune norme speciali alzano l'asticella: per gli abusi di mercato dell'articolo 25-sexies, se il prodotto o il profitto è di rilevante entità, la sanzione può essere aumentata fino a dieci volte quel valore. L'articolo 12 prevede invece riduzioni: nei casi di minore gravità la pecuniaria è dimezzata e non può superare 103.291 euro, e altre riduzioni spettano a chi prima del dibattimento ha risarcito il danno o adottato un modello idoneo.
Sanzioni interdittive (artt. 9, comma 2, e 13). Interdizione dall'esercizio dell'attività, sospensione o revoca delle autorizzazioni funzionali all'illecito, divieto di contrattare con la pubblica amministrazione, esclusione o revoca di agevolazioni e finanziamenti, divieto di pubblicizzare beni o servizi. Durano di regola da tre mesi a due anni e si applicano solo per i reati per cui sono espressamente previste, quando l'ente ha tratto un profitto di rilevante entità e il reato è di un apicale (o di un sottoposto, se agevolato da gravi carenze organizzative), oppure in caso di reiterazione.
Confisca (art. 19). Del prezzo o del profitto del reato, anche per equivalente, obbligatoria con la sentenza di condanna, salva la parte restituibile al danneggiato. Nella maggior parte dei procedimenti è la voce economicamente più pesante, molto oltre la pecuniaria.
Pubblicazione della sentenza (art. 18). Può essere disposta quando all'ente è applicata una interdittiva, a spese dell'ente. Il costo vero è reputazionale e si scarica su gare e rapporti bancari.
Due punti pesano quanto il capo di imputazione. L'articolo 17 esclude le interdittive se, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, l'ente ha risarcito integralmente il danno ed eliminato le conseguenze, ha rimosso le carenze organizzative adottando modelli idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi, e ha messo a disposizione il profitto ai fini della confisca: è una finestra temporale precisa, e chi la manca non la riapre. E le vicende modificative dell'ente non azzerano nulla, perché nella fusione e nella scissione la responsabilità segue l'ente risultante (artt. 29 e 30) e nella cessione d'azienda il cessionario è solidalmente obbligato entro il valore dell'azienda ceduta (art. 33). È materia da due diligence, non solo da penale d'impresa.
Gruppi di imprese e responsabilità della capogruppo
Il decreto non disciplina il gruppo. Non esiste una responsabilità 231 "di gruppo": ogni società risponde per sé, e l'appartenenza a un perimetro consolidato non trasferisce nulla verso l'alto in via automatica.
La capogruppo può però essere chiamata a rispondere del reato commesso nell'attività di una controllata quando ricorrono due condizioni che la giurisprudenza di legittimità tiene ferme insieme: che il reato sia stato commesso anche nell'interesse concreto e specifico della capogruppo, e non nel generico interesse di gruppo o per il riflesso positivo sul bilancio consolidato, e che una persona fisica legata funzionalmente alla capogruppo abbia concorso nella commissione del reato. Il vantaggio economico che risale per effetto della partecipazione non basta.
In pratica, i modelli non si ereditano. Un modello adottato dalla holding non copre le controllate, che devono adottare il proprio sulla base della propria mappatura dei rischi e del proprio catalogo di attività sensibili. Dove esistono funzioni accentrate (amministrazione, acquisti, IT, personale), servono contratti di servizio scritti e flussi informativi verso l'organismo di vigilanza di ciascuna società: altrimenti quell'organismo non ha visibilità sui processi che governano il rischio che gli è affidato. Per le attività fuori confine vale poi l'articolo 4, che fa rispondere l'ente con sede principale in Italia anche dei reati commessi all'estero, alle condizioni previste dagli articoli da 7 a 10 del codice penale.
Cosa comporta per l'ufficio legale che riceve la contestazione
Per una direzione legale d'impresa il procedimento 231 arriva quasi sempre insieme a quello a carico di una o più persone fisiche, e le prime settimane pesano più della memoria difensiva.
- Verificare chi rappresenta l'ente (art. 39). Se il legale rappresentante è indagato per il reato presupposto, non può rappresentare l'ente nel procedimento. Serve una delibera dell'organo competente che nomini un rappresentante speciale. La procura firmata dall'amministratore indagato è un vizio ricorrente e del tutto evitabile.
- Separare le difese. L'articolo 6 impone all'ente di sostenere che l'apicale ha eluso fraudolentemente il modello, cioè l'opposto di quanto sostiene la difesa di quella persona. Difensori distinti, dal primo giorno.
- Guardare al cautelare prima che al merito. Le interdittive possono essere applicate in via cautelare già durante le indagini (art. 45), con l'udienza in contraddittorio dell'articolo 47. Un divieto di contrattare con la pubblica amministrazione disposto in quella fase produce effetti sulle gare in corso molto prima di qualsiasi sentenza.
- Congelare la documentazione che prova l'efficace attuazione. Verbali dell'organismo di vigilanza, flussi informativi ricevuti, esiti degli audit, registro della formazione con date e firme, provvedimenti disciplinari effettivamente adottati. Quest'ultimo punto è il più trascurato: un sistema disciplinare mai attivato in dieci anni è un argomento contro l'ente, non a favore.
- Non contare sulla prescrizione. Le sanzioni si prescrivono in cinque anni dalla consumazione del reato (art. 22), ma la contestazione dell'illecito interrompe il termine e la prescrizione non riprende a correre fino al passaggio in giudicato. Il calcolo che si fa per il reato non vale per l'illecito dell'ente.
Il materiale del punto 4 vive per anni, non per la durata del procedimento, e questo cambia dove va tenuto. Un verbale con data certa, autore e versioni vale come prova; lo stesso verbale in una cartella di rete, con la data dell'ultimo salvataggio, molto meno. QuantumDocument, il documentale della piattaforma, tiene versioni e tracciabilità dentro la pratica, con le stesse regole di conservazione dei documenti applicate al resto dell'archivio. E poiché i canali di segnalazione dell'articolo 6, comma 2-bis trattano dati personali di segnalante e segnalato, vanno coordinati con gli adempimenti GDPR.
Prima ancora di leggere il capo di imputazione va fissata la data del fatto. Decide quale catalogo di reati presupposto si applica, quale versione del modello va difesa e quale assetto di deleghe conta ai fini della qualifica dell'autore. Un modello adottato o aggiornato tre mesi dopo quella data non vale come esimente: vale, semmai, come condotta riparatoria dell'articolo 17, e quella strada ha un termine che scade con l'apertura del dibattimento.



